Galbiati Francesco

Galbiati Francesco Pietro Mario

Busta
48
Fascicolo
1458
Primo estremo
1925
Secondo estremo
1939
Cognome
Galbiati
Nome
Francesco
Altri nomi

Pietro


Mario

Presenza scheda biografica
no
Luogo di nascita
Data di nascita
1885/02/26
Livello di istruzione
diploma
Professione

sacerdote

Collocazione politica
Profilo sintetico riassuntivo
Nato a Treviglio (Bg) il 26.2.1885, sacerdote. Figlio di un panettiere, diviene parroco di Pontirolo Nuovo (Bg) dal 16.9.1911 e di Castel Rozzone (Bg) dal 1914. Sostenitore del Partito Popolare, entra in conflitto con il segretario federale del Pnf di Castel Rozzone e col podestà locale per la lotta da lui sostenuta contro l’iscrizione dei giovani del paese ai Balilla. Il 6.4.1927 viene diffidato. Il conflitto tra don Galbiati e i fascisti di Castel Rozzone si può ricostruire attraverso le relazioni dei Cc di Treviglio (Bg), le note del Prefetto di Bergamo e la corrispondenza tra quest’ultimo e la Curia Arcivescovile di Milano. In una relazione del comandante della stazione dei Cc di Treviglio alla Sotto-prefettura locale e al Prefetto di Bergamo del 31.3.1925, il capitano Nicola Crocesi denuncia l’attività di propaganda antifascista svolta dal parroco e come prova cita le scritte antifasciste apparse sui muri della canonica: “Morte a Mussolini. Evviva Lenin”. Interrogato, don Galbiati risponde che le scritte probabilmente sono opera di parrocchiani e che non le ha fatte cancellare perché poi sarebbero state rifatte. Il parroco, continua la relazione, esercita una forte influenza morale sui parrocchiani e dirige le fila della Cooperativa di consumo, della Cassa rurale di depositi dell’Unione Agricola e presiede l’Asilo infantile. Nel luglio 1925 la tenenza dei Cc di Treviglio gli ingiunge di astenersi da qualsiasi ingerenza politica durante l’esercizio del ministero ecclesiastico: in occasione del delitto Matteotti, dal pulpito il sacerdote aveva commentato che Roma, città della pace e dell’amore, era diventata “la città del delitto, degli scandali, dalla quale partivano eccitamenti a spargimento di sangue e raccomandava ai parrocchiani di non associarsi alle sezioni fasciste, ma di seguire quelle popolari perché benedette da Cristo. Inoltre faceva intendere che coloro che avessero chiesto la tessera fascista non avrebbero avuto aiuti finanziari dalla Cassa Rurale”. I Cc cercano persone disposte a testimoniare in proposito, ma trovano un muro di omertà protettiva nei confronti del parroco. L’unico disponibile a testimoniare è il suo antagonista politico, il segretario politico fascista Umberto Re (fu Maffeo), di 18 anni, originario della provincia bresciana, operaio nel locale setificio. Tutti gli altri si rifiutano di deporre e quindi l’azione penale nei riguardi di don Galbiati non può procedere. Il parroco inoltre viene accusato di diffondere nei fedeli l’idea che “solo un governo ecclesiastico poteva ridonare la pace all’Italia”. Il prefetto, a margine del testo della relazione dei Cc, di suo pugno annota l’invito ai Cc a proseguire l’opera di vigilanza e di procedere nei confronti del parroco in caso di violazione della legge. A fronte di un caso di aperta opposizione al regime, le autorità di polizia chiedono alla Curia arcivescovile di Milano, da cui dipende la parrocchia di Castel Rozzone, di intervenire sul sacerdote per farne cessare l’opposizione al fascismo. Il 17.7.1925 il segretario dell’arcivescovo di Milano risponde al Prefetto di Bergamo, assicurando che l’arcivescovo ha ordinato una severa inchiesta su don Galbiati e che non avrebbe mancato di prendere provvedimenti in caso di riscontri positivi. In seguito a tale inchiesta l’arcivescovo “ha comunicato al rev.mo sig. parroco di Castel Rozzone che deve assolutamente tenersi fuori ed al di sopra di ogni partito politico”. Nonostante tale invito, l’ostilità di don Galbiati verso il fascismo si manifesta ancora, come si evince dalla relazione inviata dal prefetto di Bergamo al procuratore di Bergamo alla fine di settembre 1926. Nel pomeriggio dell’11.9.1926, dopo la diffusione della notizia dell’attentato al duce da parte dell’anarchico Gino Lucetti, il fiduciario mandamentale di zona e podestà di Arcene (Bg) e Castel Rozzone, cav. Passera, dispone che i parroci della zona suonino le campane in segno di giubilo per lo scampato pericolo. Il parroco di Arcene (Bg) accoglie l’invito di buon grado, mentre don Galbiati non aderisce, giustificandosi con le disposizioni ecclesiastiche che vietano l’uso delle campane per fatti estranei al culto. Sollecitato di persona dal cav. Passera, oppone un nuovo rifiuto. Ne nasce un acceso diverbio, durante il quale il parroco afferma che l’attentato poteva essere giudicato diversamente a seconda dei punti di vista. Il podestà fa comunque suonare le campane da alcuni fascisti. Il giorno dopo, nella celebrazione della messa, il parroco giustifica il suo rifiuto al fine di tutelare i diritti della chiesa. Verso le ore 23 del 12.9.1926 un gruppo di circa 20 giovani organizza una dimostrazione di simpatia a don Galbiati al canto di ‘Bandiera bianca’, che termina con l’arresto di 13 dimostranti per grida sediziose e per violenze contro i carabinieri intervenuti per scioglierla. La manifestazione riceve il plauso di molti cittadini del paese che dalle finestre applaudono i giovani. Il prefetto fa notare che l’opera ‘provocatoria’ del parroco dura ormai da molto tempo: ad esempio, avrebbe detto che i fanciulli non devono essere affidati a degli ‘assassini’ riferendosi all’iscrizione dei ragazzi ai Balilla. Nel giugno 1926 si era rifiutato di avvisare dal pulpito la popolazione che il comitato per le onoranze dei caduti avrebbe raccolto offerte nel paese. Alla luce di tali fatti, il capitano dei Cc, Salvatore Capozzi, comandante della caserma di Treviglio, l’1.12.1926 propone il confino per don Galbiati perché colpevole di “propaganda antinazionale e per critiche all’attuale governo”. La proposta si basa su vari elementi indiziari, come l’invito rivolto mesi prima dal pulpito ai genitori a non iscrivere i loro figli all’Opera Balilla: “Voialtri non darete mai i vostri figli in mano a degli assassini”. Tale invito, secondo il capitano, ha prodotto effetti deleteri su un auditorio composto da “contadini rozzi e fanatici, tuttora asserviti a lui, vecchio sostenitore del Partito Popolare e rappresentante per loro l’unica autorità cui debbasi obbedienza”. La sua azione di opposizione al regime ha ottenuto un tale effetto che la popolazione del paese nella sua totalità è rimasta “tuttora ostile al fascismo”. Vengono ricordati il rifiuto di suonare le campane dopo il fallito attentato al duce e gli sfregi arrecati al ritratto del duce sui muri dell’abitato, per cui sono stati arrestati Francesco Rossoni e suo figlio Giuseppe di 23 anni: “Trattasi in conclusione di un indegno ministro di Dio, che alla mala fede ed alla pervicacia accoppia una smodata vanità non disgiunta da cattiveria e da assoluta mancanza di scrupoli”. L’assenza di provvedimenti volti al suo allontanamento, inoltre, secondo il capitano Capozzi rafforzerebbe nella popolazione il convincimento che il parroco può liberamente continuare nella sua propaganda di organizzatore del vecchio Partito Popolare, oltre che a scoraggiare l’opera dei pochi fascisti locali. A tali preoccupazioni per l’ordine pubblico si unisce il sotto-prefetto di Treviglio, che in una lettera del 23.9.1926 al prefetto di Bergamo lamenta lo stato di forte tensione a Castel Rozzone. Dopo l’intervento dell’arcivescovado milanese, il parroco aveva dimostrato un atteggiamento più remissivo sia verso i fascisti locali, sia verso l’onorevole fascista Tobia Ceserani, ma tale situazione dura fino all’agosto 1926, fino cioè all’introduzione in paese dell’opera Balilla. Per questi motivi il sotto-prefetto chiede un intervento disciplinare della Curia e una sospensione del beneficio ecclesiastico, consapevole però che un suo allontanamento potrebbe determinare nel paese una situazione molto pericolosa, godendo il parroco di “molta venerazione e grande stima”. Tale richiesta deve essere stata inoltrata all’arcivescovo di Milano, perché l’avvocato generale della Procura di Milano il 4.5.1927 scrive al prefetto di Bergamo, informandolo della risposta avuta dalla Curia, la quale ha respinto gli addebiti mossi a don Galbiati. Comunque, il 6.4.1927 la Prefettura dispone nei confronti del sacerdote il provvedimento della diffida. Nel frattempo, al sotto-prefetto di Treviglio e forse anche al prefetto di Bergamo, oltre che alle autorità ecclesiastiche, nel dicembre 1926 era giunta una memoria difensiva di don Galbiati, purtroppo non conservata nel suo fascicolo. Tale memoria viene citata in un testo dattiloscritto di ben 7 pagine del 21.6.1927 con cui il comandante dei Cc di Bergamo, maggiore Pietro Testani, presenta al prefetto le sue controdeduzioni alla memoria del sacerdote, sostenendone l’infondatezza. Il parroco presenta i 2-3 incidenti avvenuti nel paese come risultato dell’azione svolta da alcuni fascisti anticlericali, mentre per i Cc i fascisti si sono sempre mostrati deferenti ed ossequienti alla religione e alle autorità del culto e negano che il sacerdote si sia dimostrato “arrendevole” verso il fascismo, mentre “ha fatto una continua propaganda in gran parte occulta contro l’attuale regime”. Vengono inoltre fatte osservazioni sulla condotta politica del sacerdote, del quale vengono richiamati molti episodi: contrario al conflitto durante la Grande Guerra, aveva manifestato parole di simpatia verso l’Austria; già organizzatore delle leghe bianche e quindi responsabile morale delle loro “prepotenze e dei danni commessi” durante il biennio rosso, all’avvento del fascismo esercita una decisa opposizione sia dal pulpito, sia all’esterno della chiesa e, a dimostrazione della sua opera antifascista, la locale sezione del Pnf, pur contando un centinaio di iscritti, annovera solamente una decina di iscritti “di vera fede fascista”. In paese, poi, continua la ricostruzione di Testani, c’è chi ricorda che nel 1920 don Galbiati aveva affermato pubblicamente che “se non avessi queste vesti, non solo sarei socialista, ma anche anarchico”, che ha benedetto a malincuore il gagliardetto fascista del luogo e ha ostacolato l’Opera Balilla. Nell’occasione del diniego a suonare le campane per lo scampato attentato del duce, ha istigato un gruppo di giovani parrocchiani a inscenare il giorno dopo una manifestazione di solidarietà nei suoi confronti (una decina di loro sono stati condannati dalla Pretura di Treviglio il 16.5.1927 a condanne dai 30 ai 72 giorni di reclusione). Anche l’azione di sfregio dell’immagine del duce sui muri da parte di Francesco Bonomi, “fiduciario del parroco” poi condannato a 3 mesi di reclusione, è riconducibile alla propaganda e all’istigazione antifascista di don Galbiati. Il sacerdote viene anche accusato di aver stipulato un accordo salariale col direttore del setificio locale (già di idee popolari), che dà lavoro a 200 operaie, scavalcando i sindacati fascisti. Di queste operaie, anch’esse condizionate dalla sua propaganda antifascista, solo una ha aderito al prestito del Littorio. E’ vero che da qualche mese don Galbiati dimostra di non interessarsi più di politica, ma i Cc ritengono che continui ad esercitare propaganda sovversiva in modo occulto. Le controdeduzioni si concludono con la proposta del suo allontanamento dal paese. Lo stato di forte tensione nel paese tra i parrocchiani e i fascisti continua per tutto il 1927, come risulta da un rapporto dei Cc di Bergamo al prefetto del 15.10.1927, in cui si informa che il segretario politico del fascio di Castel Rozzone, Marino Fanzaga, ha rassegnato le dimissioni dalla carica di comandante del Gruppo Balilla, con conseguente scioglimento del gruppo stesso, a causa della persistente ostilità della popolazione ‘sobillata’ da don Galbiati. Il 6.5.1927 anche la Procura di Bergamo si interessa del caso di don Galbiati e richiede copia del suo fascicolo personale. A fronte di tali accuse non si verificano comunque ulteriori provvedimenti verso il sacerdote. Da una lettera del 12.1.1928 del procuratore generale del Re di Milano, emerge che la Curia milanese è riuscita a riappacificare il parroco con gli esponenti dell’Opera Balilla. Inoltre, un esponente della Curia aveva incontrato il Fiduciario del Fascio di Castel Rozzone fissando “una linea di condotta da imporsi al parroco, che sembra abbia dato prova di essersi ravveduto e ne sorvegliasse l’adempimento”. In seguito a questo atto di sottomissione, la Curia chiede di sospendere le proposte di provvedimenti disciplinari. La domenica 9.6.1929, durante la messa mattutina delle 5.30, il sacerdote interrompe la funzione, scende dall’altare, raccoglie i fedeli presenti al centro della chiesa, torna sull’altare, invita i fedeli a tornare per la successiva messa delle 9.30 e annuncia che la funzione si interrompe in quel momento, rientrando in sacrestia. Nel rapporto sull’accaduto, redatto il 12.6.1929 dai Cc di Treviglio per la Questura di Bergamo, si annota che “la Chiesa era gremitissima e l’atto del Parroco devesi attribuire a qualche crisi nervosa cui egli va spesso soggetto. La popolazione ha pel momento commentato il fatto, senza però dargli alcuna importanza conoscendo il carattere del predetto parroco. Ordine pubblico perfetto. Nessun incidente”. Nel 1933 una scheda anonima rivela che il parroco manifesta da alcuni anni un atteggiamento favorevole al regime (già evidenziato nel 1928) e di conseguenza ne viene proposta la radiazione. Radiato il 28.7.1933. Nel 1939 risulta risiedere a Pontirolo Nuovo (Bg). Nel fascicolo sono conservate le sue impronte digitali, rilevate nell’ufficio di Ps di Treviglio il 15.2.1928. (L. Citerio, R. Vittori)
Familiari
Galbiati Giovanni

(padre)

Nato nel 1846, panettiere.

Oreni Giovanna

(madre)

Nata nel 1851.

Galbiati Giulia Angela Maria

(sorella)

Nata a Treviglio il 5.2.1877.

Galbiati Ambrogio Giuseppe Paolo

(fratello)

Nato a Treviglio il 26.4.1880.

Galbiati Francesco Giovanni Antonio

(fratello)

Nato a Treviglio il 13.9.1883.

Galbiati Gaetano Giuseppe Maria

(fratello)

Nato a Treviglio il 17.12.1886, si sposa a Castel Rozzone il 22.12.1916 con Giovanna Maria Bolandrini.

Galbiati Teresa Luigia Maria

(sorella)

Nata a Treviglio il 10.11.1891.

Luoghi di residenza

Treviglio

Lombardia

Italia

(1885/02/26 – )


Pontirolo Nuovo

Lombardia

Italia

(1911 – 1914)


Castel Rozzone

Lombardia

Italia

(1914 – )


Pontirolo Nuovo

Lombardia

Italia

Fatti notevoli

1926/09/11

– 1926/09/12

Nel pomeriggio dell’11.9.1926, dopo la diffusione della notizia del fallito attentato al duce, il fiduciario mandamentale di zona e podestà di Arcene e Castel Rozzone, cav. Passera, dispone che i parroci della zona suonino le campane in segno di giubilo per lo scampato pericolo. Il parroco di Arcene accoglie l’invito di buon grado, mentre don Galbiati non aderisce ed ha un diverbio col podestà. Il giorno dopo un gruppo di giovani del paese inscena una manifestazione in difesa del parroco e contro il fascismo, sciolta dai carabinieri che procedono a vari arresti.

Sanzioni subite
diffida

(1927/04/06 – 1927/04/06)

In rubrica di frontiera
no
In bollettino ricerche
no
Esclusione dallo schedario
Data di esclusione
1933/07/28
Documentazione allegata

cartellino dactiloscopico senza foto e due copie del foglietto

Pubblicato in 1921-1930, Anagrafe sovversivi, Arresto, Busta 48, Condanna, Denuncia, Diffida, diploma, Esclusione dallo schedario: sì, Escluso nel 1933, Genere maschile, In Bollettino ricerche: no, In Rubrica di frontiera: no, popolare, sacerdote, Treviglio (Bg), Vigilanza.