Profilo sintetico riassuntivo
Nato a Parma il 17.1.1906. Reduce dalla guerra d’Africa, dal dicembre 1939 risiede a Treviglio in via Galliari 8. Sposato il 2.6.1940 con Letizia Singuaroli (di Angelo e Rachele Lamera, n. Bariano il 26.5.1915, operaia presso la Cristalleria Murano), è padre di Ivana (n. Treviglio il 18.2.1841) e commerciante ambulante di tessuti, antifascista. Viene denunciato e arrestato la sera del 24.4.1943 perché il giorno precedente pronuncia pubblicamente frasi contro Mussolini, il Re e la nazione italiana tutta. Il 26.4.1943 viene interrogato a Treviglio alle ore 15 e smentisce le accuse che gli vengono rivolte. Riferendosi ai presenti alla discussione, rileva che “fra noi si discuteva in merito alla durata della guerra. Io dicevo che la guerra era lunga e dura. Durante la discussione avendo io detto che ero stato in Africa la Bono mi disse che io ero andato colà per sfamarmi. Io ho risposto dicendo che con le donne non faccio discussione e mi sono ritirato”. Un’ora dopo viene ascoltata anche la moglie di Colla, che si limita a dire di non essere stata presente alla discussione, aggiungendo dolo che “mi stupisce il fatto che mio marito sia stato imputato di antifascismo o disfattismo”. Detenuto a Treviglio, Colla viene poi trasferito nelle carceri giudiziarie di Bergamo in attesa del procedimento nei suoi confronti. Il fattore determinante che ha portato al suo arresto e alla detenzione è stata la testimonianza di una giovane sarta che risiede nello stesso stabile, Francesca Evelina Bono, (n. Treviglio il 28.7.1922 da Ernesto e Caterina Riva), contenuta nel verbale della deposizione del 26.4.1943 da lei firmato davanti al maresciallo maggiore dei Cc di Treviglio, Angelo De Rosa. La giovane Bono, rientrata nel febbraio 1943 dall’Africa Orientale, dove ancora risiedono i suoi genitori, prima ancora dell’episodio su cui verte la sua testimonianza, riferisce di avere più volte sentito Colla proferire parole ‘disfattiste’. Le parole di Colla da lei riferite a proposito di quanto accaduto il 23.4.1943 sono queste: “Il duce è un porco. Il Re è un traditore. Noi certamente perderemo la guerra. Siamo affamati e ladri. Siamo dei buffoni. Siamo una nazione di burattini”. Inoltre, aggiunge Bono nella sua deposizione, Colla “esaltava le madri dei soldati inglesi, disprezzando le madri italiane. Disse anche che il Duce è un sanguinario. Che egli fin dai primi tempi ha seguito le malefatte del Fascismo. Che gli inglesi sono dei civili e non gli italiani. Per quanto riguarda la stampa diceva che noi raccontiamo delle bugie, che siamo dei chiacchieroni e che se avessimo detta la verità fin da principio la guerra sarebbe finita. Inoltre che noi siamo venduti ai tedeschi”. La testimonianza prosegue poi a proposito della discussione avvenuta il 23.3.1943 tra la stessa Bono e Colla, con molti coinquilini dello stabile come testimoni: “Il Colla Silvio iniziò con me discussione per il pane, dicendo che noi siamo affamati perché non abbiamo più pane e facciamo schifo. Preciso che la discussione fu originata perché il Colla vide la signora Talenti Annunciata – con me convivente – mangiare la minestra che essa stessa aveva avuta alla mensa aziendale della ‘Murano’, dicendo che alla mensa aziendale c’era la verdura mentre che sul mercato non ce n’è più dal giorno che fu istituito il calmiere. Io risposi che lui così parlando era un traditore, un venduto al nemico e un vigliacco. Gli dissi anche che non era un italiano e che io ben potevo parlare avendo trascorso vario tempo in prigionia in A.O.I. ed avevo provato quale fosse il trattamento a noi usato dagli inglesi. Ad un certo punto il Colla disse le testuali parole: «La vittoria noi l’abbiamo scritta in culo. Noi siamo dei miseri, senza materiali, mancanti di tutto». Visto che con me non riusciva a spuntarla ed impormi le sue idee aggiunse: «voi tacete perché io con le donne ho a che fare solo nel letto». A questo punto io ho troncato la discussione. Aggiungo anche che la di lui moglie ebbe a dirmi più volte che io mi illudevo delle mie asserzioni e che ero un’illusa. Essa sosteneva sempre il marito nelle sue asserzioni”. Anche la dichiarazioni dell’operaio Ernesto Cavellini e dell’operaia Annunciata Talenti, dello stesso tenore, sono conservate nel fascicolo, nel quale, tuttavia, è presente anche una seconda dichiarazione, autografa, della stessa Evelina Bono, datata Treviglio 8.5.1943, cioè di alcuni giorni successiva a quella appena citata: “La sottoscritta Bono Evelina dichiara che la mattina del 23 aprile nel cortile di via Fratelli Galliari 8 ci fu una conversazione col Signor Silvio Colla di carattere generico circa l’attuale situazione, e che da parte del suddetto Colla non venne pronunciata offesa né al capo del Governo né a nessuna altra autorità dello Stato. In fede Bono Evelina”. Inoltre, insieme a questa seconda dichiarazione della Bono, nel fascicolo è conservata anche quella di uno degli altri testimoni, quella del fascista Luigi Colombo Giardinelli, che il 9.5.1943 scrive: “Io sottoscritto Colombo Giardinelli Luigi dichiaro che il signor Colla Silvio non a (sic) pronunciato nessuna offesa verso il nostro Duce. In fede Legionario M – Colombo Giardinelli Luigi – Treviglio 9-5.943”. Le due dichiarazioni non modificano il giudizio della Questura di Bergamo sul comportamento di Colla, tanto che il 14.5.1943 il questore di Bergamo lo denuncia alla Commissione Provinciale per il confino di polizia, presieduta dal prefetto, con la seguente motivazione: “Le espressioni del Colla manifestano i suoi sentimenti e la sua pericolosità sociale e politica, onde si reputa opportuno che nei suoi riguardi venga adottato un provvedimento di polizia che lo metta in condizione di non arrecare nocumento all’ordine pubblico”. Anche il Pnf è interessato al caso. Il 15.5.1943, in una lettera ‘riservata’, il segretario federale fascista di Bergamo, Mario Cionini Visani, scrive alla Questura per “conoscere – per poterne riferire superiormente – quali provvedimenti sono stati adottati o proposti”. Tuttavia, lo scritto della Bono suscita qualche dubbio nel questore. Se ne trova traccia in un terzo scritto della Bono, che il 20.5.1943 da Treviglio scrive una lettera indirizzandola appunto alla Questura: “La Sig.ra Colla Letizia, consorte del carcerato politico Colla Silvio, tornando da Bergamo, mi disse che Voi desiderate parlarmi, in seguito ad una dichiarazione da me fatta. Ma la suddetta dichiarazione deve considerarsi falsa, essendo io stata costretta a firmarla, anche per coprire certe voci del caseggiato che mi accusavano di aver fatta la denuncia a carico del soprannominato, Se dovrò essere chiamata riferirò sempre ciò che già ho scritto nel verbale, ma mi presenterò soltanto dietro V/s invito e se ricevuta sola in udienza. Comprenderete il perché di questo mio desiderio: per adesso non vorrei far sapere di essere io l’autrice dell’arresto del Colla, poiché potrebbero succedere dei disordini, ciò che mi spiacerebbe, avendo i genitori lontani, nell’A.O.I. Bono Evelina, rimpatriata A.O.I.”.
Dopo essere stato ascoltato dalla Commissione il 19.6.1943, il 23.6.1943 la Commissione Provinciale per il confino di polizia di Bergamo lo condanna 3 anni di confino di polizia in quanto “pericoloso per l’ordine nazionale” e Colla presenta subito ricorso contro la sentenza rivolgendosi alla Commissione apposita presso il Ministero dell’Interno. Intanto, l’iter burocratico che scandisce gli effetti delle condanne al confino prevede la visita medica del condannato per stabilire se sia o meno in grado di sostenere la condizione del confinato. La visita di Colla avviene il 27.6.1943 e al termine viene dichiarato “idoneo al regime del confino”. La destinazione del confino, comunicata dal Ministero dell’Interno il 10.7.1943, avrebbe dovuto essere la località di San Giorgio La Molara (Bn), ma le vicende del 25.7.1943 cambiano le cose. Mentre sua moglie presenta istanza di clemenza direttamente al Ministero dell’Interno, che il 27.7.1943 la fa pervenire alla Prefettura di Bergamo per averne un parere, il 26.7.1943 Colla è stato fatto partire da Bergamo in traduzione verso il confino, ma viene provvisoriamente trattenuto in carcere a Milano, dato che la nuova situazione politica e istituzionale è in divenire. Il nuovo governo, infatti, con le disposizioni del 27 e del 29.7.1943, dispone la liberazione di molti condannanti politici. Quello di Colla è il caso di una persona che si trova a vivere su di sé il passaggio dal regime fascista al primo tentativo del superamento del regime stesso. Il 18.7.1943 la direzione delle carceri giudiziarie, a firma del direttore, il procuratore del Re Imperatore Angelo Sigurani, informa la Questura di Bergamo di aver disposto la traduzione di Colla al confino. Il 25.7.1943 si verifica la destituzione di Mussolini e il momentaneo crollo del regime fascista. La partenza effettiva di Colla, come detto, avviene il 26.7.1943, e il giorno dopo – 27.7.1943 – il nuovo governo emana la prima disposizione a favore dei condannati politici. Il 28.7.1943, sul foglio dattiloscritto con il quale il 18.7.1943 il procuratore Sigurani assicurava di aver disposto la traduzione di Colla al confino, il questore di Bergamo, pur annotando di suo pugno la notazione tipicamente fascista che aggiunge le cifre romane che si riferiscono all’inizio dell’‘Era fascista’, scrive: “28/7/43.XXI – Partito il 26 luglio. Non è stato perciò possibile applicare suoi confronti disposizioni min.li contenute nel telegr. 4660 del 27/7”. Alla fine di luglio Colla è ancora detenuto in carcere a Milano in attesa che la sua sorte si definisca, ma il questore di Bergamo, Cuniglio, invia un telegramma al collega di Milano scrivendo che il caso di Colla “rientra disposizioni Ministeriali 27 corrente n. 46643 pregasi rimetterlo in libertà assicurando”. In un primo momento il questore Coglitore di Milano risponde negativamente alla richiesta della Questura di Bergamo con il telegramma del 9.8.1943, nel quale scrive che “non est possibile far rimettere in libertà confinato politico Colla Silvio fu Cesare perché detenuto non est disposizione questo ufficio”, ma già il giorno dopo lo stesso Coglitore con un nuovo telegramma scrive: “assicuro aver messo il libertà confinato politico Colla Silvio fu Cesare”. Nel 1947 Colla viene incluso nella categoria degli antifascisti confinati politici durante il regime fascista. (L. Citerio, G. Mangini, R. Vittori)