Profilo sintetico riassuntivo
Nato a Villa d’Ogna (Bg) il 26.9.1910, operaio, residente a Schilpario (Bg), celibe, antifascista. Ha due sorelle, Lena e Gina Lisa, che risiedono con il padre a Villa d’Ogna. Il 5.3.1926 la Pretura di Clusone (Bg) lo assolve dall’accusa di furto per insufficienza di prove. Emigrato in Francia, l’11.7.1930 il Tribunale di Digione lo condanna a 6 mesi di prigione per furto e poi all’espulsione. Rientrato in patria, la Pretura di Clusone il 31.11.1934 lo condanna a 100 lire di ammenda e alla confisca dell’arma per porto di fucile. La sera dell’8.6.1939 si trova a bere in un’osteria di Schilpario, gestita da Emilio Mai, in compagnia di Giuseppe Cerea (di Giacinto e Gelinda Nobile, n. a Sellere di Sovere il 18.10.1918, operaio cantoniere), Leopoldo Poserelli (di Giovanni e Maria Krebel, n. a Cave Aureniani, Trieste, il 2.2.1912, operaio), Giuseppe Bilaldi (di Rocco e Marietta Rinaldi, n. a Parzanica il 1.2.1916, operaio), insieme ad altri non identificati. Ad un certo punto Speranza, avendo bevuto parecchio, si mette a parlare in francese e, dato che gli altri non capiscono la lingua, lo invitano a parlare italiano anche per l’inopportunità di parlare la lingua di un paese politicamente avverso al regime fascista e perciò con il rischio “di costituire offesa alla Patria e al Regime”. Di fronte a tale posizione, indispettito, Speranza afferma: “Bisognerebbe passare la frontiera italiana e prendere le armi contro l’Italia”, e poi “In Russia vivono bene, sono meglio retribuiti. In Italia non è che una finzione. Mussolini ha preso l’Abissinia e l’Albania ma ciò è una manciata di pepe negli occhi degli italiani per farli star zitti”. A queste affermazioni Cerea si avventa su Speranza, trattenuto però dagli altri. Cerea riferisce l‘accaduto solo il 14.7.1939. Alla richiesta delle motivazioni del ritardo, risponde che voleva esser sicuro delle posizioni di Speranza raccogliendo altre prove delle sue posizioni sovversive. Interrogati a loro volta in proposito come testimoni, Rinaldi conferma solo una parte delle affermazioni attribuite a Speranza, mentre Poserelli dice di aver sentito parlare Speranza e di aver assistito alla discussione tra questi e Cerea, ma di non averne capito nulla perché svolta in dialetto, che non comprende. La figlia dell’esercente, Gioconda Mai, dichiara di aver avvertito Speranza che era proibito parlare francese nei pubblici esercizi ma di non essere stata presente alla discussione con Cerea. Dopo la denuncia di quest’ultimo, Speranza viene fermato dalla Questura, ma nel frattempo giunge a Speranza il richiamo alle armi, che si svolge dal luglio 1939 al febbraio 1940 a Samone (Ao), periodo durante il quale il provvedimento di polizia nei suoi confronti viene sospeso ma riproposto al termine con la denuncia alla Commissione Provinciale firmata dal questore di Bergamo, Pumo. Il 22.2.1940 viene condannato al confino per 2 anni per aver detto frasi antifasciste e quindi ritenuto “pericoloso per l’ordine nazionale”. Dopo la sentenza viene detenuto nelle carceri giudiziarie di Bergamo in attesa di destinazione, che viene indicata dal Ministero degli Interni nelle isole Tremiti nel marzo successivo. Viene poi trasferito a Pisticci. Nell’aprile 1940 gli viene concesso il permesso di corrispondere con il padre, le sorelle e la fidanzata, Gelsomina Mora, di Schilpario. La domanda di grazia presentata da una delle sorelle nell’aprile 1940 viene respinta. Il 12.8.1940 viene però prosciolto dal confino perché richiamato alle armi, il 18.8.1940 si presenta al 2° Reggimento Artiglieria della Divisione Alpina Tridentina al Centro di Mobilitazione del ‘Gruppo Bergamo’, che il 29.8.1940 lo incorpora nella Terza batteria, di stanza a Merano. Le sue condizioni di salute, tuttavia, non sono buone e a causa di una pleurite vien congedato già nel mese di ottobre e il 30.10.1940, prima di stabilirsi a Piario di Villa d’Ogna si deve presentare in Questura, dove viene diffidato dal commissario di Ps Francesco Giongo. Nel fascicolo è conservata una sua fotografia in doppia posa del 22.2.1940. Il 21.8.1947 viene riconosciuto come confinato politico antifascista. Cpc, b. 4905, fasc. 138581, 1939-1940. (G. Mangini)