Giové Leonardo Angelo


Angelo
operaio
elettricista
albergatore
“Risiedo da 22 anni all’estero e precisamente nel Lussemburgo, vivo a Rodange, gestisco un albergo. Il 14 aprile u.s. fui arrestato dalla polizia tedesca e trattenuto due mesi in carcere, e poi fui accompagnato al Brennero e consegnato alla polizia italiana. Ignoro il motivo dell’arresto, suppongo però d’essere stato sospettato di avere favorito prigionieri francesi che fuggivano dai campi di concentramento tedeschi. L’accusa, se questo è veramente il motivo dell’arresto, è del tutto infondata, pur essendo il mio albergo in località prossima alla frontiera francese, non ho mai favorito nessuno. Prima di essere arrestato avevo chiesto al nostro Console del Lussemburgo la concessione di un passaporto, per venire in Italia, a trovare i miei congiunti. Non sono iscritto a nessun partito politico: sono di sentimenti patriottici, sentimenti comuni anche ai miei famigliari, tanto è vero che un mio fratello comandante di compagnia delle frecce azzurre è morto combattendo contro i rossi in Ispagna ed è stato anche decorato di medaglia d’oro al valor militare. Non ho mai svolto attività sovversiva ed antifascista. E’ vero che nel 1923, quando ero ancora in Francia mi lasciai indurre dai compagni di lavoro ad iscrivermi al partito comunista, ma ciò feci per non essere malvisto e maltrattato dai compagni di lavoro, che non tolleravano chi mostrava di non essere delle loro idee. Che l’iscrizione a detto partito mi fosse suggerita da ragioni di opportunità e non da sentimenti comunisti, lo dimostra il fatto che l’iscrizione stessa durò 8 o 9 mesi in tutto, e non vi feci più parte; e per questo fatto fui anche boicottato nel commercio durante la mia permanenza nel Lussemburgo”.
Dopo l’arresto di Giové, la sua compagna Santina Rondoni, già moglie di Nicola Builla, il 25.6.1942 scrive da Rodange/Rodingen alla famiglia Giové, “sorella et fratelli”, informando dell’accaduto: “Vengo a darvi una cattiva notizia che l’autorità ha preso vostro fratello e lo hanno condotto in Italia. Ha preso la via per Brennero, senza nulla sapere, e sprovisto di vestiti e senza denari. E per questo vi scrive questi due righi per farvi sapere di occuparsi di lui il più presto possibile. Qui risulta nulla di grave, io sono stata dalla polizia tedesca e mi hanno detto che nulla risulta sul suo conto, che è stato il consule italiano che ha fatto rimpatriare, senza nulla senza vestriti e senza denaro. Fatte me sapere il più presto possibile dove Leonardo se trove. Distingue saluti. Per comunichare le ricerche sarebe migliore di addressare alla polizia del Brennero. Santina Rondoni”. L’indirizzo della mittente è: Adolf Hitlerstrasse 20, Rodingen, Lussemburgo. Appena ricevuta la lettera, i famigliari di Giové si rivolgono al podestà di Sovere consegnandogli copia della lettera per chiedere il suo intervento allo scopo di avere informazioni sul loro congiunto. Il podestà di Sovere l’11.7.1942 scrive alla Questura di Bergamo: “poiché il Giové a Sovere non si è presentato e nulla ha fatto sapere direttamente ai famigliari, si prega voler fornire informazioni, confermando o meno le ragioni del rimpatrio e dove trovasi”. Per dare maggior forza alla richiesta, la lettera del podestà alla Questura si conclude così: “Si fa presente infine che il Giové è fratello della Medaglia d’Oro Centurione Giové, Caduto in Spagna”. Nel frattempo, il 24.7.1942 era stata arrestata anche la Rondoni per aver protestato contro l’arresto di Giové. Il 4.8.1942 la Commissione Provinciale di Bergamo per il confino di polizia condanna Giové a due anni di confino “per attività antifascista” svolta all’estero. Il 6.8.1942 il prefetto di Bergamo, presidente della Commissione Provinciale, informa della condanna la Direzione Generale di Ps del Ministero dell’Interno, riservandosi di trasmettere tutta la documentazione del caso in un secondo momento e proponendo che la scelta della località di confino da parte del Ministero cada su una località di terraferma e non delle isole, aggiungendo infine che Giové, “che non è ex combattente, non ha beni di fortuna e per le sue mediocri condizioni economiche non è in grado di provvedere al suo mantenimento”. Per effettuare il passaggio burocratico dall’emanazione della sentenza, emessa dalla Commissione Provinciale, all’indicazione della località del confino, scelta dal Ministero dell’Interno, vigono le indicazioni all’articolo 321 del regolamento per l’esecuzione della legge di Ps, che prescrivono che la Commissione Provinciale trasmetta al Ministero copia di tutta la documentazione prodotta per giungere alla sentenza (verbali di interrogatorio, verbali di eventuali testimonianze di terzi, certificato di nascita, del casellario giudiziario, stato di famiglia, certificato medico delle carceri giudiziarie sull’idoneità fisica e psichica del condannato a sopportare il regime di confino, rapporti dei Cc, della Questura, delle sedi diplomatiche all’estero qualora si tratti di emigrati, ecc.). Nel caso di Giové, la documentazione viene trasmessa il 17.8.1942. Intanto, la Prefettura di Brescia risponde il 18.8.1942 alla richiesta di informazioni sulla Rondoni avanzata dal Cpc il 20.7.1942, informando che nei registri anagrafici di Malonno non ci sono tracce di Santina Rondoni, però “la medesima tornò in Patria, proveniente dall’America, nel 1910 e rimase a Malonno fino al 1918, riespatriando, poi, per ignota destinazione (..). Il 15 corrente venne consegnata dalla polizia germanica all’Ufficio di Ps di confine del Brennero ed attualmente trovasi detenuta nelle carceri di Vipiteno in attesa dell’espletamento delle informazioni qui richieste”. Il 26.8.1942, con un telegramma, il Ministero dell’Interno comunica al prefetto di Bergamo che la località del confino assegnata a Giové è Castelvetere Valfortore (Bn). Dalla direzione delle carceri giudiziarie centrali di Bergamo, Giové viene “messo a disposizione” dei Cc locali il 3.9.1942 per la sua ‘traduzione’ al confino, dove giunge solo il 26.9.1942. La sorella di Giové nello stesso mese di settembre 1942 scrive al Ministero dell’Interno chiedendo una riduzione del periodo di confino del fratello. Il 29.10.1942 il Cpc ordina la revoca dell’iscrizione del nome di Giové dalla RF. Il 30.9.1942 il prefetto di Benevento chiede a quello di Bergamo se Giové sia in grado di mantenersi al confino con mezzi propri e il prefetto di Bergamo risponde il 6.10.1942 informando che Giové non è in grado di farlo. Il 6.12.1942 in Ministero dell’Interno – Direzione Generale di Ps – Confino Politico, scrive alla Prefettura di Bergamo in questi termini: “Si prega di comunicare alla sorella del soprascritto che la sua istanza per atto di clemenza non può essere presa in esame non avendo il predetto prodotta analoga istanza”. La Prefettura di Bergamo, ricevuto tale documento, lo trasmette alla Questura il 15.12.1942, che a sua volta lo inserisce nel fascicolo personale del ‘sovversivo’ Giové. Intanto, non ottenendo direttamente risposta, la sorella di Giové si rivolge al podestà del comune di Sovere per avere notizie in proposito. Il podestà di Sovere, da parte sua, il 16.12.1942 scrive alla Questura di Bergamo chiedendo informazioni. La risposta della Questura è del 23.12.1942, con la quale si comunica che la domanda della sorella non può essere presa in considerazione perché deve essere presentata dallo stesso confinato. Il 21.3.1943 la Questura di Benevento informa quella di Bergamo che Giové, fino a quel momento, a Castelvetere Valfortore “non ha dato luogo a rilievi di sorta ed ha serbato buona condotta in genere. Pertanto in considerazione delle recenti disposizioni, nulla osterebbe da parte di questo Ufficio a che il provvedimento del confino sia commutato in quello dell’ammonizione”. Nel maggio 1943 Giové presenta un esposto al Duce chiedendo un atto di clemenza. Il Ministero dell’Interno ne informa la Prefettura di Bergamo chiedendo un parere in proposito e il 22.5.1943 la Prefettura risponde esprimendo la propria contrarietà alla concessione della richiesta. Tuttavia, nelle carte del fascicolo è conservata la minuta manoscritta di tale risposta al Ministero, sulla quale si legge chiaramente che la prima redazione si concludeva con la formula “da parte di quest’ufficio nulla osta che codesto Ministero adotti il provvedimento che riterrà più opportuno”, demandando quindi al Ministero la decisione in proposito. Su questa parte di testo, però, viene tracciata una riga di cancellazione, sostituendo il testo iniziale con il seguente: “Data la delicatezza del caso, si esprime parere contrario all’adozione di un atto di clemenza del Duce nei riguardi del predetto”. Così, il 6.6.1943 il Ministero dell’Interno comunica alle Prefetture di Benevento e di Bergamo che la domanda di grazia non è stata accolta. Le vicende legate al crollo del fascismo del 25.7.1943 determinano anche l’effetto del proscioglimento di Giové dal confino, avvenuto formalmente il 14.8.1943. Il 23.8.1943 la Questura di Benevento fornisce Giové del foglio di via obbligatorio, con l’ingiunzione a presentarsi entro il 26.8.1943 alla Questura di Bergamo, che ne viene informata lo stesso giorno. Giové si presenta a Bergamo entro il termine prescritto, come conferma l’1.9.1943 la Questura di Bergamo a quella di Benevento e al Ministero dell’Interno. Nel frattempo, la domanda di grazia presentata da Giové nel maggio precedente compie il suo corso burocratico. Infatti, in seguito alle vicende del 25.7.1943, la Prefettura di Benevento si era rivolta al Ministero dell’Interno – Direzione Generale di Ps – Affari Generali e Riservati – Sezione 1a confino, per avere indicazioni su come comportarsi di fronte alla domanda di Giové. La risposta del Ministero, su carta da lettera intestata e firmata Jannelli, è datata 9.8.1943 e dice che “dati precedenti del confinato in oggetto ed i motivi che provocarono la sua assegnazione al confino, non si ravvisa la opportunità di disporne la liberazione”. Questa lettera, però, giunge a destinazione solo il 25.8.1943, come si può desumere dal timbro d’ingresso della Prefettura di Bergamo, cioè due giorni dopo che Giové è stato liberato. Infatti, sul testo della lettera ministeriale, a lapis compare un significativo e lapidario commento: “ma se è stato già liberato?”. Sulle vicende di Giové successive all’8.9.1943, nel fascicolo non ci documenti e informazioni, che però sono presenti in breve sintesi nelle citate memorie del partigiano Brighenti della 53a Brigata ‘Garibaldi’, che così racconta di Giové: “con Giovanni Brasi organizzò il gruppo partigiano di Lovere. Dopo la cattura dei 13 partigiani e la conseguente fucilazione, con la disgregazione della formazione, andò in Valle Camonica dove continuò la lotta partigiana. Alla Liberazione, ritornando nella zona, venne nominato sindaco di Sovere”. Tuttavia, Brighenti racconta anche la difficile situazione in cui si viene a trovare il sindaco Giové (e con lui tutti i partigiani reduci dalla Resistenza), alle prese con una difficilissima situazione economica e sociale, senza risorse ma con innumerevoli problemi da affrontare, in un paese che lo giudicava negativamente, perché gli rimproverava la fuga di 20 anni prima e vedeva come colpa ulteriore il suo essere comunista. Disilluso e amareggiato, dopo essere stato nominato il 27.4.1945, il 27.9.1945 Giové si dimette da sindaco di Sovere, lascia il paese e si trasferisce a Iseo (Bs), per gestire con la sua compagna un piccolo ristorante. Nel fascicolo sono conservate alcune fotografie. Una di queste lo ritrae insieme al suo cane sulla soglia del locale da lui gestito in Lussemburgo, mentre le più recenti, in triplice posa, sono state eseguite il 4.8.1942 per conto della polizia fascista dal fotografo A. Terzi di via Paglia 27 a Bergamo. Il 12.8.1947 viene incluso nell’elenco dei confinati politici durante il regime fascista con la qualifica di comunista. Muore in una casa di riposo di Corti di Costa Volpino (Bg) il 9.11.1986. Cpc, b. 2441, 1926-1943, scheda biografica. (L. Citerio, G. Mangini, R. Vittori)
(padre)
(madre)
(fratello)
Nato a Sovere il 22.4.1893, morto a Cerro de la Cruz (Spagna) il 20.7.1938, medaglia d’oro al valor militare conferita alla memoria con R. decreto l’1.6.1939.
(fratello)
Nato a Sovere il 25.6.1895.
(fratello)
Nato a Sovere il 18.7.1896.
(sorella)
Nata a Sovere nel 1900.
(moglie)
Nata a Sovere il 7.10.1900, figlia di Giulio, operaio giornaliero, e Rosa Canini.
(convivente)
di Pietro e Domenica Calvetti, nata a Clinton, Usa, originari di Malonno, Brescia, moglie di Nicola Builla.
Sovere
Lombardia
Italia
(1898 – 1917)
Belgio
Conflans-en-Jarnisy
Grand Est
Francia
( – 1925)
Rodange
Lussemburgo
località Pètange
(1925 – 1926)
Athus
Vallonia
Belgio
rue Rodange 59
(1926 – 1927)
Rodange / Rodingen
Lussemburgo
(1928 – 1942)
Castelvetere Valfortore
Campania
Italia
confino
(1942 – 1943)
Sovere
Lombardia
Italia
(1943 – 1945)
Iseo
Lombardia
Italia
(1945 – )
1926
a Namur (Regione Vallonia, Belgio) viene fermato dalle autorità belghe che gli trovano un elenco di comunisti della legione di Longwy itra i quali figura anche lui ed è possibile che faccia uso dello pseudonimo di Attilio Gaio
1945
– 1945
Primo sindaco di Sovere della Liberazione.
(1942/04 – )
viene arrestato dalla Gestapo per i suoi precedenti politici e perché sospettato di contrabbando,
(1942/08/04 – 1943/08/23)
Condannato al confino di polizia dalla Commissione Provinciale di Bergamo per 2 anni e il 26.9.1942 a giunge Castelvetere Valfortore (Bn).
(comunista)
Fotografia di Giové con il suo cane davanti al locale da lui gestito in Lussemburgo
triplice scatto segnaletico del 1942 realizzato dal fotografo Terzi di Bergamo per incarico della Questrura. Sulla fotografia è indicato erroneamente il nome ‘Pietro’
Busta
2441,
Fascicolo
Busta
488,
Fascicolo
7378
riferimento p. 172
riferimento pp. 14-18.