Bidovec Ivan / Giovanni

sacerdote
“1 non allontanarsi dalla periferia della città di Bergamo senza il preventivo avviso di questo Ufficio;
2 non uscire al mattino prima della levata del sole e di non rincasare la sera dopo il tramonto;
3 non frequentare esercizi, spettacoli e trattenimenti pubblici, nonché pubbliche riunioni;
4 tenere buona condotta e di non dare luogo a sospetti;
5 presentarsi a questo Ufficio la fine di ogni mese;
6 portare sempre con sé la presente carta prescrittiva per esibirla ad ogni richiesta degli Ufficiali o degli Agenti di P.S.”.
Lo stesso giorno don Bidovec viene ‘consegnato’ a don Alberto Crippa, che in quel periodo è facente funzioni di direttore della Casa del Clero di via Sant’Antonino 3, presso cui don Bidovec si stabilisce. La condizione materiale di esistenza di don Bidovec a Bergamo è difficile e il sacerdote non manca di farlo notare alla Prefettura di Bergamo, che si rivolge per questo al Ministero dell’Interno, il quale il 24.4.1941 risponde alla Prefettura che a Bidovec spettano, oltre alle 6.50 lire giornaliere per il vitto, anche 50 lire mensili come indennità di alloggio. Il 4.5.1941 Bidovec viene raggiunto nella Casa del Clero di Bergamo da altri due sacerdoti slavi provenienti da Trieste, don Natale / Božo Milanovich e don Andrea / Andrej Gabrovšek (il cui fascicolo personale non è però stato aperto a Bergamo), a loro volta confinati perché difendono, rispettivamente, l’identità linguistico-culturale croata e slovena. Gabrovšek, in particolare, è un caro amico dello scrittore Boris Pahor. Oltre a condividere la condizione di confinato con i due sacerdoti citati, Bidovec riceve anche visite di amici sacerdoti sloveni. Il 25.9.1941 l’agente G. Giglio della squadra politica informa la Questura che don Bidovec il 22.9.1941 ha ricevuto alla Casa del Clero la visita dell’amico e sacerdote triestino don Albino Kjnder, che è ripartito per Trieste il mattino successivo, e la visita “ha carattere esclusivo di pura amicizia”. La situazione di confinato non comporta l’assenza degli impegni religiosi e don Bidovec dice messa presso la chiesa di San Marco, sussidiaria della parrocchia di Sant’Alessandro della Croce. Per ogni messa guadagna 10 lire, come annota il 26.9.1941 il brigadiere Calanca della squadra politica della Questura. Ai 3 sacerdoti presenti nella Casa del Clero di Bergamo nei primi mesi del 1942 si aggiunge un quarto sacerdote di origine istriana, don Ernesto Bellé, a sua volta confinato a Bergamo per le stesse ragioni degli altri tre. Oltre alle visite di amici sacerdoti, la diocesi di Trieste non fa certo mancare la sua vicinanza ai 4 preti. Il 12.4.1942, infatti, è lo stesso arcivescovo di Trieste, Antonio Santin (Rovigno, 9.9.1895 – Trieste, 17.3.1981), a venire di persona a Bergamo a fare loro visita. Dopo essere stato vescovo a Fiume fino al 16.5.1938, Santin aveva assunto l’incarico vescovile appunto a Trieste, ma aveva anche un legame personale con la città orobica, dato che nel 1923 aveva conseguito il dottorato in teologia presso il Pontificio istituto di scienze sociali di Bergamo. La sua visita ai sacerdoti confinati a Bergamo va collocata in un contesto molto preciso. Santin, infatti, dal maggio del 1941 al febbraio del 1942 aveva assunto anche l’incarico di amministratore apostolico nella diocesi di Parenzo e Pola, in quel momento vacante, dove si era impegnato ad intervenire presso le autorità fasciste a difesa della popolazione slava internata o a rischio di internamento. Anche se l’incarico si era appena concluso sul piano formale, Santin continuava ad occuparsene su quello sostanziale, a maggior ragione per i suoi sacerdoti, come nel caso dei 4 confinati a Bergamo. Il 4.5.1942 la Curia vescovile di Bergamo si rivolge alla Questura chiedendo che i quattro sacerdoti ospiti della Casa del Clero vengano autorizzati a consumare i pranzi nella casa della famiglia Gandolfi di via Paleocapa 12, in conformità alla domanda da loro inoltrata già il 20.4.1942 con il consenso del loro vescovo Santin, espresso a Bergamo in occasione della sua visita. Anche lo svolgimento dell’attività pastorale è condizionato dai vincoli a cui il sacerdote confinato è sottoposto. L’1.4.1943, per esempio, il parroco di Sant’Antonio d’Adda (frazione del comune di Caprino Bergamasco), don Domenico Calvi, con tre settimane di anticipo si rivolge alla Questura di Bergamo per chiedere, in occasione della Pasqua imminente, la concessione a don Bidovec del permesso di trasferirsi a Sant’Antonio d’Adda per un giorno (dal 24.4.1943 al mattino del 25) “per esercizio di culto in occasione della Pasqua. Le ragioni sono: 1. trovarsi il parroco solo; 2. non aver potuto trovare altro sacerdote disponibile. Prega inoltre, qualora il nominativo insinuato non sia accetto, di sostituirlo con uno degli altri due compagni residenti nella stessa casa. Il sottoscritto confida che la presente istanza sia favorevolmente accolta, salvo sempre in linea subordinata la autorizzazione della Curia di Bergamo”. Questa lettera, inoltre, mostra che la presenza a Bergamo dei sacerdoti triestini era ben nota al clero della Diocesi locale, dato che don Calvi nella sua lettera parla con sicurezza degli “altri due compagni residenti nella stessa casa”, anche se i compagni erano diventati tre.
Il 14.5.1943 il maresciallo Calanca della squadra politica della Questura redige un rapporto dattiloscritto, con il quale riferisce che il sacerdote Francesco Laurencic, parroco del comune di Crenovizza (Ts), il giorno prima, 13.5.1943, è giunto in visita a don Bidovec ed è stato ospite presso Casa del Clero, ripartendo poi la mattina del 14.51943 alla volta di Trieste. Oltre a don Bidovec, ad accompagnarlo alla stazione c’erano anche 5 militari del 78° Reggimento Fanteria di stanza in città, parrocchiani del Laurencic. Bidovec viene però diffidato dall’accompagnarsi con militari, benché slavi. Il fatto non passa inosservato neanche ai fascisti di Bergamo, tanto che tre giorni dopo, il 17.5.1943, il segretario federale del Pnf di Bergamo, Mario Cionini Visani, scrive al prefetto informandolo che da ‘fonte fiduciaria’ attendibile risulta che la mattina del 14.5.1943 alle 7,30 due sacerdoti slavi confinati in città sono stati visti alla stazione ferroviaria conversare in slavo con alcuni militari in servizio presso il locale distretto militare. Uno dei due sacerdoti ha poi preso treno per Brescia, mentre l’altro è uscito dalla stazione con gruppo di soldati. Questi sacerdoti “godrebbero di eccessiva libertà, tanto che la loro presenza nei pressi della stazione ferroviaria sarebbe stata più volte rilevata”. In un rapporto al questore dell’11.2.1944 redatto dal maresciallo di Ps Tito Calanca emergono ancora le difficoltà materiali della condizione di Bidovec: come confinato percepisce un sussidio di 10 lire al giorno e ne riceve altre 18 per le messe giornaliere, ma per vitto e alloggio alla Casa del Clero deve pagare 30 lire al giorno. Saltuariamente riceve qualche sussidio dai familiari, ma non ha denaro per il vestiario sacerdotale, per questo il sacerdote richiede un sussidio ulteriore. La pratica si trascina a lungo. Alla fine, il 24.1.1945 il Ministero dell’Interno – Divisione A.G.R. Sezione I, autorizza la corresponsione a Bidovec di un sussidio straordinario di 8.000 lire per l’acquisto degli indumenti sacerdotali. In base alla data della condanna al confino, la fine del provvedimento avrebbe dovuto essere il 26.9.1945, ma il sacerdote può rientrare a Trieste subito dopo il 25.4.1945 e il 13.7.1945 la Questura di Bergamo certifica che è rimasto a Bergamo fino all’aprile 1945. Nell’anniversario dell’uccisione da parte fascista di suo fratello Ferdo e di altri tre giovani antifascisti sloveni, il 6.9.1946 don Bidovec celebra una messa al monumento di Basovizza eretto in memoria delle quattro vittime. Muore a Sezana, in Slovenia, il 3.9.1978. Nel fascicolo è conservata una sua fotografia in triplice posa. Cpc, b. 637, 1936-1942, scheda biografica. (G. Mangini)
(padre)
Nato a Bresnica (Slovenia) il 2.8.1876, negoziante di generi alimentari al minuto, morto a Trieste il 12.10.1938.
(madre)
Nata a Trieste il 4.7.1884, sposata a Trieste il il 16.9.1906, morta a Trieste il 15.10.1931.
(fratello)
Nato a Trieste il 4.2.1908, fucilato al poligono di tiro di Basovizza il 6.9.1930. Cpc, b. 638, 1930-1930.
(fratello)
Nato a Trieste il 14.11.1909.
(sorella)
Nata a Trieste l’1.2.1911.
(sorella)
Nata a Trieste il 10.11.1912.
(fratello)
Nato a Trieste il 25.7.1914.
(sorella)
Nata a Trieste il 21.6.1916.
(fratello)
Nato a Trieste il 18.11.1918.
(sorella)
Nata a Trieste l’11.7.1922, gemella di Vera.
(sorella)
Nata a Trieste l’11.7.1922, gemella di Neda.
Trieste
Venezia Giulia
Italia
(1906 – )
Podgrad / Castelnuovo d’Istria
Istria
Italia
frazione Grusizza
(1931 – 1932)
Dolina / San Dorligo della Valle
Friuli Venezia Giulia
Italia
(1932 – )
Postumia / Postojna
Carniola Interna – Carso
Slovenia
frazione Crenovizza / Hrenovice
( – 1940)
Bergamo
Lombardia
Italia
via Sant’Antonino 3
(1940 – 1945)
1930
– 1936
Nel corso degli anni Trenta è attivo sostenitore della causa nazionale slovena.
(1936/11/21 – 1937/03/27)
Condannato dalla Commissione Provinciale di Trieste a 3 anni di confino per attività antinazionale, prosciolto anticipatamente per amnistia seguita all’accordo di pace Italo-jugoslavo.
(1940/09/28 – 1945/04/25)
Condannato dalla Commissione Provinciale di Trieste a 5 anni di confino per attività antinazionale, recidivo.
(antifascista slavofilo)
(antifascista)
(antifascista)
fotografie scattate dagli organi di polizia
(Fotografia in triplice posa.)
Busta
637,
Fascicolo
riferimento Un suo breve profilo biografico in lingua slovena è all’indirizzo: https://www.slovenska-biografija.si/oseba/sbi1002240/